ILLUMINISMO: USI E ABUSI DELLA RAGIONE

E’ inadeguato e discutibile considerare l’illuminismo come un’epoca di tendenze irreligiose ed avverse alla fede. Infatti chi la consideri in tal modo si espone al pericolo di disconoscerne proprio i maggiori meriti positivi.
Ernst Cassirer

A differenza del razionalismo della rivoluzione francese, il vero liberalismo non ha niente contro la religione e io non posso che deplorare l’anticlericalismo militante ed essenzialmente illiberale che ha animato tanta parte del liberalismo continentale del XIX secolo. A. von Hayek

Del liberalismo francese sono avversario di quell’ estremo laicismo anticlericale che in gran parte lo denota.
Nicola Matteucci

L’Illuminismo, con la sua pretesa di estendere l’uso della ragione ad ogni campo della vita umana, è stato una vera rivoluzione culturale, che ha diffuso la mentalità scientifica non solo tra gli intellettuali europei ed ha così accelerato la modernizzazione delle società europee liberando in Europa enormi energie culturali e forze produttive.
Esso ha accelerato la razionalizzazione, la secolarizzazione della vita umana ed il disincanto del mondo, influenzando poi lo stesso senso comune diffuso di massa.
Esso è stato un fenomeno prettamente ed esclusivamente europeo e ad esso si devono molte delle conquiste culturali, sociali e politiche della società moderna europea.
Ma la rivoluzione culturale illuminista fu caratterizzata anche da un fondamentale abuso della ragione che consisteva proprio nell’estendere il metodo razionale, e per la precisione quello scientifico, al mondo umano, storico, sociale e spirituale, dove regnano le tradizioni, la ragione storica e le pascaliane “ragioni del cuore, che la ragione non conosce”. L’adorazione di una totalitaria “dea ragione” da parte degli illuministi porterà poi a smentite, a degenerazioni e a distorsioni di carattere culturale, sociale e politico che ancor oggi si fanno sentire.
Anche nelle epoche precedenti i filosofi e i teologi avevano fatto riferimento all’uso della ragione. Ma la ragione illuminista aveva caratteristiche diverse. Di quale ragione essi parlavano quando pretendevano di estenderne l’uso ad ogni campo della vita umana?
I filosofi del ‘600, Descartes, Spinoza, Leibniz e Hobbes avevano seguito soprattutto un metodo matematico e logico-deduttivo. Gli illuministi del ‘700 ebbero invece in mente il metodo induttivo e sperimentale delle scienze naturali già seguito con risultati senza precedenti dall’ “incomparabile Newton” nel trovare le leggi della meccanica celeste.
La loro idea centrale fu esattamente l’estensione del metodo scientifico che già nel ‘600 aveva mostrato la sua efficacia con Galilei e con Newton) ad ogni aspetto della vita umana, “liberando” quest’ultima dai vincoli e dai freni della tradizione e della metafisica religiosa e filosofica.
Gli illuministi furono, dunque, tutt’altro che relativisti. Per essi esisteva anche nel campo umano e sociale una sola risposta “vera” ad ogni domanda e una sola vera via che avrebbe condotto, come era avvenuto nel mondo naturale, a trovare la soluzione a ogni problema dell’esistenza.
Forse le risposte giuste le avrebbero conosciute solo i posteri, ma esse non potevano essere troppo lontane perché si era finalmente “sulla strada giusta”. Non restava che applicare ad ogni aspetto della vita umana il “metodo giusto”: la ragione ed il metodo scientifico.
Con quel metodo, nei due secoli precedenti, con Galilei e Newton,  era stata creata una scienza della natura; seguendo lo stesso metodo si sarebbe potuto creare una scienza dell’uomo e della mente umana che illuminasse anche i mondi dell’etica e della vita sociale e politica degli uomini a cui la metafisica e la filosofia del passato non avevano fornito che risposte arbitrarie.
Occorreva cioè arrivare alla formulazione di leggi generali sulla base dell’osservazione (esterna ed interna), tramite opportuni esperimenti e accorte generalizzazioni. Da queste leggi si sarebbero tratte delle conclusioni universali che avrebbero permesso di illuminare campi fino allora dominio di “oziose congetture” metafisiche e religiose.
L’approccio doveva essere sensista e doveva esser seguito da una scomposizione di ogni cosa nei suoi elementi ultimi ed irriducibili proprio come si stava facendo nelle scienze naturali. L’associazione delle idee venne per esempio equiparata all’attrazione gravitazionale di Newton.
Per individuare e perseguire questo “metodo giusto” occorreva innanzitutto fare tabula rasa della tradizione religiosa e metafisica della vecchia filosofia che si basava su deduzioni aprioristiche dai principi “naturali” venerati nel Medioevo, ma sprovvisti di prove sperimentali.
A tale fine occorreva innanzitutto fare tabula rasa della tradizione metafisica della vecchia filosofia aristotelica, con cui la teologia cattolica si era incautamente coniugata. La metafisica tradizionale si basava su aprioristici “principi naturali” venerati nel Medioevo, ma sprovvisti di prove sperimentali. Tra questi le teorie aristotelica della “causa finale” (la presunta naturale tendenza di ogni oggetto a realizzare la sua propria intenzione interna), della “causa efficiente” (la presunta ragione d’essere di un oggetto); come pure il principio per cui tutti i corpi tendono allo stato di quiete, se non sollecitati da una forza perturbante, o quello per cui la via “naturale”  cercata dai corpi per autorealizzarsi sarebbe necessariamente circolare.
Della persistenza di questi principi falsi e bugiardi tra gli uomini colti e nel senso comune gli illuministi accusarono la religione e in specie la Chiesa cattolica che, con la teologia “razionale” scolastica, di quei principi aristotelici si era fatta garante e propagatrice.
Gli illuministi pensarono che bisognasse estendere anche al mondo umano, storico e sociale le categorie e i termini della meccanica (lo spazio, il tempo, la massa, le congiunzioni e le concatenazioni causali). Queste categorie dovevano sostituire anche nel mondo umano le forze impalpabili, le cause finali, le forme sostanziali, l’intenzione divina e le altre nozioni metafisiche che si erano rivelate impotenti a spiegare i fenomeni naturali, come già nel secolo precedente Galilei, Keplero e Newton avevano dimostrato.
L’intero apparato dell’ontologia e della teologia medioevale doveva essere sostituito da un’indagine scientifica a partire dai dati sensibili e misurabili anche nel mondo umano, etico, sociale e politico. Ciò avrebbe portato ad una scienza dell’uomo, della storia, dell’etica, con le sue verità. Una volta conosciute quest’ultime gli uomini non avrebbero potuto che seguirle e risolvere così tutti i problemi dell’uomo e della società.
Per gli illuministi l’uomo con i suoi soli mezzi poteva illuminare la verità in ogni campo: sarebbe bastato solo “osare conoscere” ed egli avrebbe potuto essere l’onniscente demiurgo del mondo liberato.

Illuminismo e religione

Per due secoli lo sviluppo della scienza era convissuto, pur tra conflitti con lo spirito religioso. Galilei e Newton furono dei cristiani credenti, convinti che scienza e religione (ed etica) fossero due terreni separati. “La scienza mostra come va il cielo. La religione mostra come si vada in cielo” – diceva Galilei.
Fu questa l’idea dei primi illuministi, tra cui il teista Voltaire, miravano soprattutto ad una riforma religiosa e ad una razionalizzazione del cristianesimo, non ad una sua eliminazione.
Ma gli illuministi francesi della generazione successiva, in particolare gli enciclopedisti, individuarono nella religione e in particolare nella Chiesa cattolica, il nemico principale da distruggere. E non solo perché essa propagava dogmi assurdi da un punto di vista razionale, come quello del peccato originale, ma anche perché la Chiesa era l’anello debole dell’alleanza tradizionalista tra il trono e l’altare. Una lotta politica diretta contro l’assolutismo monarchico era fuori della portata dei philosophes (ci vorrà per questo la rivoluzione francese di fine secolo) il loro essendo soprattutto un movimento di pensiero che si proponeva una rivoluzione culturale e non immediatamente politica.
La Chiesa cattolica, invece, che aveva già perduto gran parte del suo potere d’un tempo ed era ormai solo un orpello nelle corti dei potenti, era un obbiettivo più proprio e più raggiungibile. Fu così che l’illuminismo francese, almeno quello enciclopedista, a differenza di quello tedesco, e kantiano in particolare,  si dette come obbiettivo l’esortazione volterriana di “schiacciare” la chiesa cattolica (“ecrasez l’infame!”).

Voltaire in alcuni scritti chiarì che con quella espressione si riferiva solo al “fanatismo” ed in altri avvertì che l’infame da schiacciare “non era la religione, ma la Chiesa”. E’ comunque certo che Voltaire cercò in vari modi di frenare l’estremismo antireligioso dei suoi allievi enciclopedisti che dichiaravano una guerra aperta alla religione (cristiana) ed alle sue pretese di verità e dichiararono in molti casi di aspirare a sopprimere ogni sentimento religioso tra le masse popolari.
Voltaire, che era un teista (credeva in un Dio personale, un “grande architetto” della Natura, il Dio dei filosofi), da bon vivant aristocratico, considerò sempre la religione tradizionale con tutti i suoi dogmi una serie di credenze infondate, ma tuttavia utilissime per garantire la moralità e la decenza pubblica. “Se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo” – diceva. Quanto all’ immortalità dell’anima affermava: “non bisogna scuotere una credenza così utile al genere umano”.  “Voglio che il mio avvocato, il mio sarto, i miei domestici e persino mia moglie credano in Dio: penso che in questo modo sarò meno derubato e meno cornificato” – fece dire ad uno dei personaggi del dialogo “L’A B C’’ del 1768. E tutto lascia pensare che fosse lo stesso Voltaire a pensare in questo modo. Amava poi dire che solo se il suo barbiere credeva in Dio, lui poteva essere certo che non gli avrebbe tagliato la gola, mentre gli radeva la barba. Voltaire certamente non intendeva eliminare la fede tradizionale nelle masse popolari.
Fu invece proprio questo il progetto dei suoi allievi enciclopedisti, per i quali la religione era “il vero ostacolo al progresso intellettuale e umano” .
    Diderot contrapponeva radicalmente la Natura alla Religione, dato che quest’ultima aveva “negato i diritti della Natura”. Era necessario perciò un “ritorno alla Natura”  che liberasse l’uomo dal “giogo religioso”  e lo aprisse alla felicità: “Abbandònati alla Natura, all’Umanità e a te stesso e troverai fiori dappertutto sul sentiero della tua vita” () – scrisse Diderot.
     Anche secondo l’ateo d’Holbach della “Politique naturelle”, la religione, avendo abituato a temere i tiranni invisibili, aveva reso l’uomo “schiavo e vile anche di fronte ai tiranni della terra”.
      In generale si può dire che la critica illuminista non risparmiò nulla della tradizione religiosa.
Essa prese di mira soprattutto la concezione provvidenzialistica della storia che assegnava a quest’ultima un telos: il regno di Dio. Tuttavia al provvidenzialismo cristiano contrapponeva un altra specie di providenzialismo determinista e  meccanicista, salutato come una vittoria del logos (della ragione) sul mithos. E infatti sostituiva al mito cristiano del cammino verso il regno di Dio, un nuovo grande mito: quello del Progresso lineare e illimitato.  L’illuminismo desacralizzò il mito cristiano della provvidenza e della rivelazione, ma sacralizzava il mito del Progresso e della “dea Ragione”.
Sulla questione del peccato originale i primi illuministi, si limitarono a prendere posizione contro Sant’Agostino, in favore del cristiano Pelagio, che negava le conseguenze catastrofiche del peccato originale. La questione dell’origine del Male del mondo occupò un posto centrale nella riflessione degli illuministi che si opposero fieramente al provvidenzialismo ed all’ottimismo cristiano, come a quello di Leibniz, secondo cui si viveva nel migliore dei mondi possibili.
Ma a partire dagli enciclopedisti, gli illuministi francesi, individuarono nella chiesa cattolica il centro attivo dell’oscurantismo e della minorità delle masse popolari in Europa, concludendone che bisognava assolutamente distruggere la Chiesa cattolica “per conseguire la felicità”.

Un’etica razionalista

Gli illuministi pretendevano poi di fondare l’etica sulla ragione, slegandola da ogni trascendenza e da ogni autorità religiosa o politica su basi astratte e meta-storiche. Volevano cioè fondare un’etica razionale che sostituisse quella tradizionale basata sulla religione senza ricorrere a criteri. diversi dal soggetto. Hume e Diderot volevano per esempio fondare l’etica sui desideri e sulle passioni individuali.
Fu proprio il principe degli illuministi, Emmanuel Kant, a mostrare l’impossibilità di quel tentativo.
Il risultato inevitabile di ogni tentativo analogo fu ed è il soggettivismo etico, e cioè l’arbitrio del desiderio individuale. Si può dire che già da Cartesio e Spinoza in poi unica fonte di autorità era divenuta l’individuo, l’Io, se stesso.
Si tratta, infatti, come sosteneva Kant, di un tentativo illusorio come dimostra il fatto che ancor oggi ogni tanto viene ripreso da qualche neo-illuminista, ma senza successi visibili, nonostante i reiterati e falliti tentativi in quel senso. Chi ancor oggi ci prova ripeten, come Sisifo, quello che si è mostrato sempre un vano e velleitario tentativo.

Portare l’illuminismo alle masse

L’illuminismo fu anche un grande progetto politico-culturale che si proponeva di  diffondere la “luce della ragione” tra le masse popolari, presumendo che così si sarebbe aperta davanti all’umanità la via di un Progresso indefinito nel corso del quale ogni problema dell’ umanità (dalla miseria all’alienazione) sarebbe stato gradualmente risolto.
I philosophes erano fermamente convinti che dalla e dalla  diffusione delle nuove conoscenze nel popolo non potesse che derivare un progresso generale in tutti i campi, la soluzione universale per tutti i problemi dell’umanità.
L’illuminismo, comunque, non si rivolgeva più solo agli eruditi e alle elite, come facevano i libertini, ma pretendeva, come aveva peraltro già preteso Galilei pubblicando in volgare il Dialogo dei massimi sistemi (e fu forse questo il vero peccato rimproveratogli dal Tribunale dell’Inquisizione) di educare le masse, affermandosi così come filosofia intesa a cambiare il mondo, e cioè come movimento che proponeva una estesa rivoluzione culturale, oltre che strettamente filosofica riservata agli eruditi.
E’ nata con l’illuminismo l’idea di portare la luce della ragione al popolo staccandolo dal mito, dalla superstizione, dalla magia e dalla religione.
L’illuminismo segnò in campo politico la nascita del pensiero liberale dato che fu caratterizzato dall’individualismo e dalla teorizzazione sistematica dei concetti di tolleranza, di laicità e neutralità dello stato, di separazione dei poteri (a cominciare dalla separazione di trono ed altare), di diritti umani naturali, e quindi del costituzionalismo se non anche della democratica sovranità popolare.

Illuminismo padre dello scientismo e del positivismo

Ma l’illuminismo, proprio per le sue caratteristiche, e come tutte le cose umane, conteneva in sé anche i germi delle sue possibili degenerazioni, a cui storicamente ha dato luogo.
La pretesa di estendere lo stesso metodo scientifico che si era mostrato valido nelle scienze della natura al dominio umano, storico ed etico è un classico abuso della ragione che darà luogo alla degenerazione scientista e tecnocratica ed alla pretesa illusoria.
La guerra dichiarata dagli illuministi francesi, soprattutto gli enciclopedisti (non però anche da quelli tedeschi) alla religione tradizionale ed all’intera tradizione popolare sarebbe poi degenerata in un elitismo ideologico radicalmente anticlericale, antireligioso ed ateista che avrebbe sempre teso a privare la società del deposito etico tradizionale (un vero patrimonio e un “capitale sociale”), di cui si sono sempre giovate le società tradizionali. Quell’elitismo avrebbe poi sempre teso a disprezzare il senso comune e i sentimenti religiosi popolari e tradizionali, separando ed antagonizzando élite “illuminate” da una parte e il “popolo bue” dall’altra.
Anche, ma non solo, per questo, tutti i progetti illuministici di portare la luce della ragione al popolo sostituendovi credenze antiche, tradizioni inveterate e il sentimento religioso, sono sempre falliti e forse falliranno sempre.
Tutte le esperienze storiche dimostrano che quando muore una religione (una metafisica) in una società, il “popolo” non aderisce ai lumi della ragione, e nemmeno ad una qualche forma di deismo, ma di solito aderisce ad un’altra religione o ad un’altra metafisica. Oppure, come accade attualmente in Europa, cade preda nel nichilismo ateista.
In una società di massa il terreno religioso viene usurpato di solito da gruppi piccolo borghesi che si propongono come avanguardia di movimenti parareligiosi e che propongono all’adorazione della masse assoluti terrestri come la Nazione, la Classe, lo Stato, il Partito, la Razza.
E’ stata questa l’esperienza europea del ‘900 quando nel vuoto creato dalla morte di Dio sono nati ed hanno preso il potere movimenti parareligiosi laicisti ed atei (nell’ordine, comunismo,  fascismo e nazismo) che erano altrettante forme di “ritorno” del sacro, del mito e del simbolo ad opera di, e tra, orfani di Dio in qualche modo eredi spuri dell’illuminismo de-sacralizzante, de-mitizzante e de-simbolizzante, e cioè modernizzante.
Del resto, lo stesso illuminismo, che si fondava sulla vittoria del logos sul mithos, della ragione sul mito, del sapere profano sul sapere sacro, e che si pretese radicalmente demitizzante, creò quel grande Mito moderno che è stato per quasi tre secoli, ed ancora fa proseliti, quello del Progresso lineare indefinito, che altro non è se non la secolarizzazione del mito cristiano della Provvidenza divina.
L’illuminismo fu un potente agente di modernizzazione e quindi di secolarizzazione e, come tale, anche un precursore di nichilismo, ma lo fu per le possibilità di degenerazione dell’uso della ragione che esso, come l’intera modernità, e come la ragione stessa, contiene in sé, come propria caratteristica, nel suo stesso codice genetico.
L’illuminismo contiene in sé dunque sia i geni benigni, sia i geni maligni della modernità occidentale e quindi di esso si è nutrito sia la civiltà occidentale che ha fatto dell’uso della ragione uno dei suoi tratti distintivi principali (si pensi alla potenza della scienza e della tecnica che esso ha contribuito fortemente a diffondere), sia i nemici dello stesso Occidente che della ragione spesso hanno fatto e fanno un abuso sofistico.

Un  hybris prometeica

L’illuminismo, cioè, fu, oltre ad un pensiero antimetafisico, anche una hybris epistemica perché era animato dalla convinzione che l’uomo potesse diventare un giorno onnisciente e onnipotente e che l’umanità poteva e doveva liberarsi da sé, grazie all’autarchia della ragione.
Non c’è dubbio che lo stesso progetto illuminista, pur affetto da hybris prometeica abbia smascherato in molti campi l’ignoranza, ed abbia confutato con successo dogmi, pregiudizi, superstizioni e assurde incrostazioni del senso comune diffusi di massa.
Ma il sogno prometeico degli illuministi, in. particolare la pretesa di risolvere con il metodo scientifico tutti i problemi dell’uomo, della sua anima e della società non poteva che fallire.
Né gli uomini né le loro società potevano mai essere affini ad esseri inanimati ed essere oggetto di un’indagine scientifica come avveniva nel mondo naturale.
Si è rivelato quindi illusorio il sogno centrale illuminista di dimostrare che ogni cosa nel mondo sia mossa da forze meccaniche, che tutti i mali del mondo possano essere curati con interventi tecnici, e che possano esistere ingegneri delle anime umane.
Tutto ciò vuol dire che l’illuminismo conteneva in sé anche i germi di una hybris scientista e tecnocratica (se non anche di un dispotismo) di un’élite che, in nome del suo sapere e del Progresso generale, disprezzando la cultura popolare tradizionale (in specie la sua religione), si sovrappone alle masse popolari e tende a spogliare la maggioranza, oltre che delle sue credenze, anche della sua cultura ed etica tradizionale, cioè della sua bussola esistenziale.
Coloro che conoscono le risposte ai grandi problemi della società, sanno anche come gli uomini debbano vivere le loro vite e devono perciò essere obbediti in tutto e per tutto. Si doveva perciò, nell’ottica illuminista, affidare la direzione degli affari politici e persino etici e personali agli scienziati e ai tecnici.
L’Illuminismo (preceduto dalla critica alla tradizione espressa dai libertini eruditi, post-rinascimentali e post-umanisti) si affermò anche, se non soprattutto, come critica (in gran parte deista) della ragione alla religione, al sacro e al mito, oltre che come affermazione del diritto naturale soggettivo e dello spirito individualista della nuova scienza.
L’Illuminismo, specie quello francese, recava in sé – come scrisse Benedetto Croce – l’ambizione di ricostruire il mondo e di pianificarlo sul metro della ragione astratta e astorica, ricalcata sulle scienze esatte, perdendo così il contatto con la realtà e la storia, che nella sua irripetibilità, sfugge ad ogni schema.
La ragione illuminista di conseguenza sacrifica la vita ed i sentimenti perché è astratta, geometrica, meccanica e matematizzante, mentre la ragione storica è attenta alla concreta vita della realtà sociale.
Come poi mostrò Von Hayek nel suo libro contro “L’Abuso della Ragione” (1952), nel ‘700 francese prese corpo l’illusione scientista di estendere i metodi delle scienze naturali al mondo umano e alle scienze sociali, con la pretesa di scoprire le leggi (naturali) dello sviluppo storico, interpretate da una o poche menti, che chiedono, sulla base della loro gnosi, poteri illimitati, a prezzo del sacrificio delle libertà.
Almeno in questo senso Marx fu erede dell’Illuminismo e della sua velleità di portare la ragione scientifica al popolo, che invece si nutre di tradizioni e di quelle che Pascal aveva chiamato le ragioni del cuore “che la ragione non conosce”..
L’esito storico di questa hybris razionalista, che ha la sua massima espressione nel giacobinismo, è stato, non a caso, l’autoritarismo, a cominciare dal terrore del 1793-94 per finire al dispotismo napoleonico.
Dal filone illuminista libertino nacque poi il decadentismo, da quello illuminista-rivoluzionario il giacobinismo e il marxismo, da quello illuminista-scientista il positivismo.
Dalla critica illuminista alla religione dovevano nascere il laicismo, l’ateismo e il nichilismo, e quindi il relativismo moderno, destinato a diventare un relativismo assoluto e, appunto, nichilista. L’insieme di questi filoni sfocerà poi nel soggettivismo radicale; e, da questo il narcisismo di massa dei nostri giorni.

Illuminismo, precursore del nichilismo?

Sul piano filosofico, per non risalire a Cartesio, o allo scetticismo moderno ed antico, o addirittura ai sofisti greci,  è individuabile un filo che collega l’illuminismo al nichilismo e quindi al relativismo radicale, che è una delle basi intellettuali delle ideologie contemporanee dei nemici della civiltà occidentale.
Questo filo in linea generale, più che nell’illuminismo in se stesso come esaltazione della autarchia della ragione, è individuabile nell’abuso della stessa ragione, operato per primi dagli enciclopedisti e dai giacobini francesi.
Emmanuel Kant, che dell’illuminismo europeo può considerarsi uno dei padri ed il massimo esponente filosofico, si oppose fieramente a quell’abuso della ragione, a cui fu collegato lo spirito fortemente antireligioso e anticattolico degli illuministi francesi (in particolare degli enciclopedisti) e soprattutto dei giacobini seguaci di Rousseau.
Essi propagarono un’immagine riduttiva e semplificata del cristianesimo e della stessa Chiesa cattolica come se fossero e fossero sempre stati solo ascetismo, superstizione, oscurantismo e intolleranza. Un’immagine riduttiva quest’ultima che è penetrata profondamente nella coscienza di una buona parte degli intellettuali europei contemporanei, in particolare di quei laicisti radicali e progressisti, che su questa base pregiudizialmente antireligiosa fondano gran parte della loro avversione per la propria civiltà e della propria tradizione.
Ciò è avvenuto anche grazie ad un altro equivoco di fondo: quella immagine riduttiva del cristianesimo è stata associata, propagandisticamente, dai giacobini all’illuminismo nel suo complesso (dei quali si pretendevano eredi e seguaci) e quindi all’uso della ragione. Essa è invece frutto di un abuso della ragione di cui furono responsabili solo alcuni illuministi (gli enciclopedisti francesi e pensatori ateisti, come Bayle e d’Holbach).
Come, infatti, dimostrò l’illuminista Kant e poi confermò nel ‘900 von Hayek, essi avevano abusato della ragione. Non si può non prendere atto del fatto che i due equivoci (l’essere stato l’intero illuminismo una lotta alla religione ed allo spirito cristiano, e l’essere il cristianesimo solo una fonte di ascetismo, oscurantismo e intolleranza) sono divenuti luoghi comuni della coscienza europea. Questi due equivoci sono diventati, anzi, nel tempo, una sorta di tessera obbligatoria di ingresso nel club laicista delle elite intellettuali progressiste odiatrici della tradizione religiosa e culturale occidentale.
Questi due equivoci promossi dall’illuminismo ateo, e non dall’illuminismo nel suo complesso, possono essere ritenuti perciò agenti precorritori di nichilismo e di indebolimento spirituale ed etico della civiltà occidentale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...