IL ROMANTICISMO, PADRE DEL TITANISMO RIVOLUZIONARIO

Il romanticismo fu una reazione eccessiva agli eccessi dell’illuminismo; una reazione agli abusi della ragione dell’enciclopedisti, che sfociò in una negazione della ragione tout court. La sua polemica contro l’indebita intrusione della ragione matematizzante nella sfera umana e sociale portò ad un eccesso opposto, ad una ribellione contro ogni idea ed uso della ragione.
Il romanticismo fu anche una reazione tradizionalista, religiosa e comunitaria contro le prime avvisaglie del disincanto del mondo che seguiva alla scomparsa della religione dalla vita umana, di cui erano segno e fautori gli illuministi francesi.
I romantici furono i primi europei a percepire, semi-coscientemente, l’insensatezza, lo spaesamento, la solitudine, l’incertezza morale, l’abbandono e l’impotenza che sarebbero seguite alla morte di Dio, annunciata dall’illuminismo.
Esaltarono da un lato le comunità tradizionali e dall’altro, contro l’oggettivismo illuminista, un estremo soggettivismo creativo.
I terreni che a loro interessavano erano quelli che l’illuminismo aveva usurpato con l’abuso della ragione e cioè  quelli del mondo interiore, storico, sociale e umano, non quelli su cui avevano pieno dominio la ragione e la scienza.
Essi furono perciò, a differenza degli illuministi, fortemente relativisti (ante-litteram) nel senso che non si riferivano alle verità oggettive del mondo esterno, ma a valori e a ideali soggettivi del mondo umano interno.
Questi ultimi non possono che essere molteplici, in quanto risultato di una creazione umana, soprattutto artistica e individuale, ma anche religiosa o comunitaria.
Sotto molti aspetti il romanticismo è stato soprattutto un’interpretazione estetica della morale e della vita che si colorò di forti tinte antiborghesi (anche nel senso di quella stessa avversione alla vita grigia dei tempi di pace e di benessere che troveremo nei rivoluzionari di destra e di sinistra del ‘900).
Esso visse drammaticamente il conflitto tra uomo e società e tra uomo e natura e sviluppò un peculiare nichilismo prefilosofico reattivo e gnostico, in quanto basato su un rifiuto radicale del mondo, vissuto come una satanica valle di lacrime.
Esaltò perciò la rivolta contro il mondo, vissuto patologicamente con orrore e quindi esaltò l’eroe titanico e prometeico che gli si erge contro, anche a costo della vita.
Allo stesso tempo accarezzò anche il vittimismo. Tutte queste caratteristiche erano destinate a nutrire se non a creare quel tipo umano del ribelle, del rivoluzionario anarcoide disadattato che disprezza e odia il mondo e la sua società e sogna la palingenesi totale.
Il romanticismo ha anche favorito la nascita di assoluti terrestri che nel ‘900 hanno preteso di sostituire la religione e la assenza di Dio nella Storia e che dettero a molti l’illusione di dare un senso sacro ad alcuni valori come la classe o la razza e che si tramutarono nella più terribile disfatta del senso comune dell’umanità nella storia dell’Occidente.
In questo senso il romanticismo, in quanto estremismo irrazionalista e soggettivista, fu non solo un presagio, ma anche un agente di nichilismo e di relativismo che nutrono ancor oggi i nemici della cultura occidentale.
Dalla fusione di elementi illuministi e romantici nacquero i grandi movimenti culturali dell’800 e del ‘900: dalla critica illuminista radicale alla religione dovevano nascere il laicismo e l’ateismo; dal filone libertino del ‘700 e da quello gnostico romantico nacque il decadentismo; dalla fusione del filone pseudo-illuminista  rousseaiano-giacobino con quello titanico romantico nacque il filone rivoluzionario anarchico e il marxismo; da quello illuminista in versione scientista nacque il positivismo. Tutti questi movimenti culturali contribuirono, ciascuno per la sua parte, in qualche maniera, passiva o attiva, al nichilismo.
E quindi contribuirono in qualche modo al dilagare del relativismo moderno, destinato a diventare,  un relativismo assoluto e cioè, appunto, nichilista. a causa di un rinnovato abuso della ragione, che è consistito nell’estendere alla storia, all’etica ed alla cultura in generale il relativismo critico proveniente dalla riflessione sui metodi scientifici.

Prometeismo etico-estetico

Alla fine del XVIII secolo avvenne che alcuni intellettuali, che saranno poi chiamati, romantici, cominciarono a percepire con sgomento il vuoto di senso provocato dalla vittoria della ragione sul sapere sacro e tradizionale, dal venire meno del telos tradizionale eroso dalla critica razionalista e dal meccanicismo degli illuministi: il mondo disincantato e lo stesso uomo concepito come una gigantesca macchina minacciavano di impoverire e schiacciare l’uomo come lo si conosceva.
Già il movimento preromantico dello Sturm und Drang, in polemica con l’intellettualismo illuministico, aveva contrapposto alla ragione il sentimento, la fede, l’intuizione, la spontaneità e la sfrenatezza.  Ma più che una differenza di accentuazione di diverse facoltà umane, si trattò di una differenza di temi e di ambiti di interesse considerati primari.
Le questioni a cui i romantici si riferivano non erano quelle scienze naturali a cui si riferivano principalmente gli illuministi. Erano le grandi questioni dell’umanità a cui la religione e la tradizione avevano dato per secoli risposte certe, anche se dogmatiche e metafisiche e che ora non sembravano più avere risposta alcuna: sono le questioni concernenti l’ordine cosmico e quello dei comportamenti: perché c’è l’essere e non c’è il nulla? Che posto ha l’uomo nell’universo? dove andiamo? di dove veniamo? che fare? cosa cercare, sperare, temere, ammirare? quale è il senso ed il fine della vita e della storia? Erano questioni indecidibili sul piano della ragione, al contrario di quello che pensavano gli illuministi..
Nonostante le promesse e le illusioni degli illuministi francesi secondo cui la ragione avrebbe potuto risolvere ogni problema, la ragione umana non sembrava lo strumento adatto a dare una risposta a tali questioni non essendo suscettibili di essere indagate e spiegate mediante un qualche procedimento razionale, o un qualche esperimento scientifico.
Quelle questioni – pensavano i romantici – possono essere risolte solo con un atto creativo, ascoltando le ragioni del cuore, e possono essere comprese ed arricchite solo con atti di creazione individuali o collettivi.
Di qui l’insistenza dei romantici su ciò che è soggettivo ed ideale, anziché su ciò che è oggettivo e reale, sui motivi anziché sulle conseguenze, sulla purezza del cuore e delle intenzioni, sulla sincerità dei propositi. Di qui il culto della metafora poetica e della musica. Di qui anche la celebrazione di tutte le forme di ribellione e di sfida rispetto a tutto ciò che è dato quantitativo, ordine costituito, convenzione sociale, natura. Di qui l’esaltazione di eroi e martiri, a prescindere dall’ideale per il quale affermano si soffrire e combattere.
Quelle questioni possono trovare una risposta o individuale nella creazione artistica o una risposta collettiva nella religione o in una comunità. La discussione tra i romantici verteva su dove cercare la risposta a tali questioni centrali: nel sentimento individuale o in quello collettivo? Nella filosofia o nell’arte? Nell’artista-filosofo o nel buon selvaggio?
Il romanticismo ha avuto perciò, sin dall’inizio, due possibili esiti: uno individualista ed uno collettivista.
Emblema del primo è il ribelle avventurriero “byroniano”, che sfida la società e i valori correnti per seguire i propri valori a prezzo della propria sconfitta e rovina: “meglio accettare la rovina che scadere nel conformismo e nella mediocrità conseguenti alla rinuncia ai propri ideali”.
Emblema del romantico collettivista o comunitario fu il santo, il mistico e il patriota che trovavano la loro ispirazione nella religione o nella Nazione.
Il romanticismo ha portato nel mondo uno slancio creativo individuale, l’esaltazione dell’individualità e al tempo stesso della tradizione e la religione, per il sentimento e le ragioni del cuore, che l’illuminismo aveva troppo svalutato.
Diversissimo, rispetto agli illuministi, fu l’atteggiamento dei romantici sulla religione: “Gli illuministi avevano vissuto come una liberazione, non scevra da una certo autocompiacimento e da una certa frivolezza, la perdita della fede cristiana, mentre, invece, “i romantici la vissero come una catastrofe morale poiché, a differenza dei primi, si resero conto che l’uomo, a causa del disincanto del mondo, veniva a trovarsi solo, abbandonato, impotente, esposto e costretto ad aggirarsi in un universo insensato, amorale, privo di scopi e perciò assurdo” – ha scritto Luciano Pellicani.
I romantici furono i primi “orfani di Dio” a percepire con sgomento l’insensatezza e il disorientamento che avrebbe creato la scomparsa di un punto di riferimento trascendente alla vita umana, di un fondamento certo all’etica ed alla vita spirituale e materiale degli individui. Reagirono cercando di proteggerli dalla “ragione abbaiante” e cercarono di restaurarli rivalutando quelle che Pascal aveva chiamato le ragioni del cuore che la ragione non conosce; e rivalutando la tradizione e lo spirito comunitario.
Per i romantici, a differenza degli illuministi, la verità non è una struttura oggettiva indipendente da colui che la cerca, ma è da lui creata. Il romanticismo ebbe un esito filosofico estremista nell’idealismo che concepiva l’intero mondo, incluso il mondo naturale, come una “creazione umana”, ma ve ne fu anche una versione moderata che limitava il suo idealismo al mondo dei valori, degli ideali, delle regole di condotta in campo etico, estetico, sociale e politico.
Pertanto essi, all’opposto degli illuministi, non credevano affatto  che nelle questioni fondamentali umane esistesse una sola verità, che si potesse scoprire tramite la ragione.
Pensavano invece che di verità, di valori e di ideali ne esistesse una moltitudine, in quanto risultato di una creazione umana, soprattutto artistica e individuale, ma anche religiosa o comunitaria.
Sotto molti aspetti il romanticismo è stato soprattutto un’interpretazione estetica della morale e della vita.
Il romanticismo ha inflitto una ferita definitiva alla fede nell’esistenza di una sola verità universale e valida per tutti e nella bimillenaria fede nell’episteme che era fede nella ragione come facoltà deputata a scoprire ogni tipo di verità.
Il romanticismo portò nel mondo la nuova idea che di verità ne esistessero tante quanti sono gli individui, dato che, più che scoprirla, occorreva crearla con l’arte, con il sentimento, con le ragioni del cuore. Ovviamente i romantici si riferivano a verità in campi e terreni umani lontani da quelli naturalistici a cui si riferivano gli illuministi.
Sul piano etico il romanticismo esaltò la liberazione di tutte le facoltà umane, da raggiungere attraverso il potenziamento dei bisogni profondi e spirituali dell’uomo. Idealizzò l’uomo di fede (il santo, il profeta), il genio artistico, come espressione di una libera e spontanea creatività, svincolato da ogni regola e norma morale: il superuomo, il titano.
Di conseguenza, il Romanticismo ha esaltato l’idea che si debba anche morire per difendere i propri valori e la propria cultura, che si debba essere sempre sinceri fino in fondo a prezzo di qualsiasi conseguenza.
L’etica romantica era un’etica parareligiosa dei principi, degli ideali e dei moventi: la “sincerità” ad ogni costo, anche a prezzo di sciagure prevedibili. Era una reviviscenza dello spirito sacrificale dei martiri cristiani.

L’ethos romantico tra titanismo e vittimismo

Il romantico vivono la realtà in maniera persecutoria come conflitto insanabile tra l’ individuo e società, mondo e natura percepiti come orridi e negativi. Davanti al negativo egli si contrapponeva in maniera titanica. E tanto più si esaltano quanto meglio sanno che la loro sconfitta è ineluttabile. Idoleggiano perciò eroi e uomini-eroi che combattono fino all’estremo, fino alla morte, pur conoscendo in anticipo l’esito della loro lotta titanica. L’altra faccia del loro titanismo è il vittimismo che trova le sue espressioni in personaggi-vittime, che sanno e si gloriano d’essere tali, e si compiacciono intimamente del loro soffrire, insopprimiblie appannaggio della loro qualità d’uomini superiori.
Il titanismo è una caratteristica etica e letteraria inequivocabile del Romanticismo che si collega alla teorizzazione filosofica dell’Assoluto, l’infinito immanente alla realtà che provoca nell’uomo una perenne e struggente tensione verso l’immenso, l’illimitato, l’infinito.
Al titanismo romantico è collegato anche il titanismo dell’uomo in rivolta, che sfida forze a lui superiori e che porta fino in fondo la sua lotta, anche e soprattutto quando è cosciente che solo la sconfitta lo attende.
Il titano è l’eroe che non rinuncia a combattere, pur prevedendo la sua sconfitta,  contro la finitezza ed il negativo del mondo o di quelle forze superiori, come il destino, la volontà divina, le forze naturali, sociali, politiche, la tirannia; forze che lo incatenano (come accadde a Prometeo) impedendogli il libero esercizio della sua volontà.
Il titanismo si manifestò nei personaggi letterari cantati del poeta inglese Byron (Aroldo, Corsaro, Caino, Manfred); ma anche con il culto dell’Io (egotismo) degli eroi del francese Stendhal; con l’esaltazione delle virtù veggenti e profetiche del poeta, come in Novalis e Rimbaud.
Da questo ethos romantico è nato il ribelle, il rivoluzionario.
Dall’altro lato, quello vittimista, deriva anche il culto dell’artista e della sua immagine popolare: povero, solitario, scapigliato, occhi spiritati, sconfitto, ma spiritualmente “superiore” ai comuni mortali.
Del poeta romantico sono tratti tipici l’insofferenza verso il finito, una ribellione vana e senza sbocco all’esistente, un compiacimento nel dolore, una nostalgia di una serenità perduta e un senso del notturno (come ad esempio ai massimi livelli in Giacomo Leopardi e Frederich Chopin).
Lo spirito vittimista e sacrificale trova le sue espressioni in letteratura in  personaggi-vittime, che si gloriano d’essere tali, e si compiacciono intimamente del proprio soffrire, e talvolta del loro morire (anche con un suicidio), specie per un amore non corrisposto o impossibile (il delirante tema di “amore e morte” ricorre nella letteratura romantica ed ha fatto molte vittime reali), un soffrire, che è, in sé e per sé, inequivocabile segno ed appannaggio della loro qualità d’uomini superiori. Del vittimismo letterario sono esempi “I dolori del giovane Werther” di Goethe, il René di Chateaubriand, l’Adolfo di Benjamin Constant e le Lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo.
Questa letteratura ha avuto effetti perniciosi sulla vita di tanti giovani che ne furono affascinati e la subirono. In particolare furono ammaliati dalla delirante retorica di “amore e morte”. E’ sorprendente constatare nelle cronache del tempo quanti giovani europei si suicidarono per effetto di quei sinistri romanzi e poemi, senza che nessuno dei suoi autori facesse altrettanto.
Il romanticismo europeo fu intriso di quel particolare nichilismo letterario e prefilosofico che chiamiamo gnostico perché aveva alla base un rifiuto radicale del mondo, visto alla maniera del cristianesimo primitivo come regno satanico; un rifiuto della società e della stessa natura, vista come nemica e ingannatrice.
Esemplare  e paradigmatico di questo sentimento nichilista del mondo fu il poeta italiano Giacomo Leopardi: “Amaro e noia la vita, altro mai nulla, e fango è il mondo”. “Forse in qual forma, in quale/ stato che sia, dentro covile o cuna/ è funesto a chi nasce il dì natale”. “O natura, o natura/ perché non rendi poi/ quel che prometti allor/ perché di tanto inganni i figli tuoi?”. Leopardi annotò anche: “il principio delle cose e di Dio stesso è il nulla”.
Isaiah Berlin sintetizzò così la mentalità romantica “la lotta è tutto, la vittoria nulla. Il fallimento è più nobile del successo. Ciò che conta è l’autoimmolazione per una causa, non la validità della causa in sé presa, perché ciò che santifica la causa è il sacrificio accettato per amor suo, e non una qualche sua proprietà intrinseca”.
Hegel e Goethe definirono entrambi il romanticismo etico “una malattia dello spirito”.  Gli psicoanalisti contemporanei considerano il titanismo ed il vittimismo due varianti del narcisismo patologico.
Il mito del titano e dell’eroe senza macchia e senza paura e quello dell’artista sofferente nella sua soffitta si ritrovano entrambi in quel personaggio sinistro che è il rivoluzionario, il ribelle di massa che si ritiene artista e demiurgo della storia.
Egli è pronto a sacrificare la propria vita (e perciò anche quelle degli altri, e a profusione) per il sogno del totalmente altro e anche per questo crede di poter usare a tal fine, come uno scultore, i corpi e le anime altrui come materia prima bruta e informe per i suoi esperimenti pantoclastici e le sue manipolazioni costruttiviste.
Anche per queste ragioni il romanticismo ha anche creato nuove divinità nella forma di vari “ismi”  divenuti nel XX secolo “assoluti terrestri”, che hanno sostituito i vecchi idoli, in nome dei quali è stato ritenuto lecito ed anzi necessario sacrificare non solo se stessi, ma anche, e a maggior ragione, tutti coloro che in qualche maniera potevano essere, o apparire, un ostacolo, reale o presunto, all’affermazione di quegli “ideali”.
L’anarchismo, il nazionalismo, il fascismo, il comunismo, il ribellismo giovanile, il tribalismo contemporaneo,  sono tutti nati anche dalla matrice romantica, anche se amano travestirsi da illuminismo, razionalità e scienza.
Perseguitare, torturare, uccidere, sono in generale azioni ritenute esecrabili, ma se fatte in nome di uno di quegli “ismi” deificati, allora sembra a molti che non ci sia niente da obiettare. Il fine nobile giustifica i mezzi ignobili.
    “Occorre rompere delle uova per fare la frittata” – dirà il rivoluzionario puro e duro in qualche modo erede del ribelle e titano romantico.
Gli eccessi razionalistici dell’illuminismo provocarono o almeno favorirono, per reazione, gli eccessi del romanticismo.
. Scrisse in  proposito Croce: “La sua (del romanticismo, ndr) giusta polemica iniziale contro l’astrattezza e l’intellettualismo illuministico, contro la raison raziocinante e matematizzante del settecento, mostrava, nel suo impegno trasmodante, la ribellione contro ogni idea di ragione, per profonda che fosse e correggitrice dell’altra”.
    Se l’illuminismo settecentesco aveva lasciato in eredità il tipo umano del libertino scettico, gaudente e talvolta frivolo e, nei suoi eccessi alla de Sade, persino cinico demolitore di ogni tabù, il romanticismo lasciò in eredità, tra l’altro, un tipo umano pensoso, tragico, ribelle che rifiuta l’intero mondo e medita di distruggerlo per fare nascere dalla tabula rasa, una nuova realtò.
Il suo ribellismo è spesso fine a se stesso ed  una ribellione “del sentimento capriccioso e dell’immaginazione sfrenata” (Croce) che si connota ambiguamente di “antiborghese” (non in senso classista, ma di avversione al “grigiore” della routine della vita umana disprezzata come  “vita da pecore”).
Quando questo ribellismo si congiunse con la politica e la guerra e col culto della nazione e della razza o a quello della classe, generò il tipo del rivoluzionario e con lui fiumi di sangue e distruzioni immani, di cui fu vittima illustre il sentimento della comune umanità. Il romanticismo, pur non essendo affatto nichilista perché anzi rappresentò una iniziale reazione all’incipiente svuotamento razionalista del senso del mondo,  contribuì, con il suo ethos titanista (e vittimista) a formare quel tipo particolare di nichilista che fu il rivoluzionario europeo dell’800 e del ‘900.

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